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L’eredità che non entra in una cornice
L’eredità che non entra in una cornice
A Zurigo, nelle sale del Kunsthaus, sessantacinque opere continuano a parlare con la voce dei colori. Ci sono Kandinsky, Picasso, Matisse, Beckmann, Cézanne, van Gogh. Non sono appese lì come un deposito di ricchezza, ma come una promessa fatta a una città: per almeno vent’anni, quella raccolta privata sarebbe stata visibile a tutti.
Ora quella promessa rischia di trovarsi, almeno indirettamente, dentro un’aula di tribunale.
Werner Merzbacher, imprenditore svizzero di origine tedesca, commerciante di pellicce, investitore e grande mecenate, è morto il 5 ottobre 2024 a 96 anni. Aveva costruito con la moglie Gabriele una delle più importanti collezioni private di arte moderna in Europa, intrecciando acquisti personali con un nucleo di opere proveniente dalla famiglia di lei. Per Merzbacher l’arte non era mai stata soltanto un capitale: amava definirla, con un’immagine quasi infantile e molto seria, una festa del colore.
Oggi però quella festa è attraversata da una lite ereditaria di proporzioni eccezionali. Secondo le ricostruzioni della stampa svizzera, pochi mesi prima di morire Merzbacher modificò le proprie disposizioni testamentarie, inserendo tra gli eredi anche la sua consulente patrimoniale, Carole-Maud Hofmann. I figli e i discendenti di una figlia premorta, che non erano stati informati della modifica, hanno contestato il testamento. La questione, dunque, non è ancora decisa: dovranno essere i giudici a stabilire validità delle disposizioni, condizioni di salute del testatore e confini effettivi dell’eredità.
Le cifre, in questi casi, fanno rumore e spesso confondono. Si parla di un patrimonio che alcune stime collocano fra molte centinaia di milioni e due miliardi di franchi. La raccolta d’arte esposta al Kunsthaus, invece, è stata valutata da alcune fonti attorno ai 600 milioni. Ma il punto non è soltanto decidere chi riceverà una quota più grande. Il punto è capire se e come una collezione nata dall’intimità di una famiglia possa restare un bene condiviso, quando quella famiglia smette di riconoscersi attorno alla stessa volontà.
È qui che il caso Merzbacher diventa più interessante della sua dimensione mondana. Le grandi collezioni vivono sempre su due piani. Da una parte sono proprietà private: hanno un proprietario, degli eredi, contratti, imposte, paure e legittime rivalità. Dall’altra, quando entrano in un museo, cambiano natura. Diventano memoria pubblica. Un visitatore che si ferma davanti a un quadro di Matisse non entra nella genealogia di chi l’ha comprato; entra, per qualche minuto, nella storia dell’arte.
Il problema è che il secondo piano non cancella il primo. Un museo può esporre capolavori che restano di altri. Può costruire programmi, percorsi, cataloghi e abitudini di pubblico su un prestito a lungo termine. Può perfino far diventare quelle opere una parte della propria identità. Ma se la proprietà si incrina, anche il museo scopre la propria fragilità.
Non è un dettaglio tecnico. È una lezione sul mecenatismo contemporaneo.
Per secoli il mecenate è stato raccontato come una figura lineare: un uomo ricco compra, protegge, dona; la città ringrazia. La realtà è più complessa. Ogni gesto di generosità porta con sé una struttura giuridica. Ogni fondazione ha uno statuto. Ogni prestito ha una scadenza. Ogni capolavoro, prima di essere una luce in una sala, è anche un bene che qualcuno può vendere, dividere, rivendicare o sottrarre alla vista pubblica.
Non c’è nulla di scandaloso nel fatto che una persona disponga liberamente dei propri beni. Né sarebbe giusto trasformare una causa privata in un processo alle intenzioni di un uomo che non può più spiegarsi. Merzbacher potrebbe avere avuto ragioni che la sua famiglia non conosceva. La consulente patrimoniale potrebbe sostenere, come riportano le cronache, di aver agito correttamente. Gli eredi potrebbero avere fondati motivi per chiedere che siano verificati lucidità, circostanze e conseguenze delle ultime modifiche testamentarie.
Ma proprio per questo il caso dovrebbe interessare anche chi non possiede un quadro, una villa o una società. Perché pone una domanda semplice: è sufficiente lasciare in eredità una collezione, o bisogna lasciare anche un disegno comprensibile del suo futuro?
Un vero lascito culturale non consiste soltanto nell’impedire che le opere finiscano in un caveau. Consiste nel rendere stabile il patto che le tiene accessibili. Vuol dire distinguere, per tempo, ciò che appartiene agli affetti da ciò che è già diventato patrimonio di una comunità. Vuol dire scegliere fondazioni solide, regole trasparenti, accordi che non dipendano dall’ultima pagina scritta in fretta o dalla fiducia affidata a una sola persona.
Le opere della collezione Merzbacher sono ancora al Kunsthaus. Il contratto di prestito, secondo le informazioni disponibili, arriva fino al 2038 e prevede rinnovi successivi. Tuttavia, il conflitto successorio potrebbe avere conseguenze anche su quell’equilibrio. Non sappiamo se accadrà. Sappiamo però che un museo non può considerare eterna una generosità privata solo perché è stata grande.
Forse è questa la parte più malinconica della storia. Werner Merzbacher aveva trasformato vicende familiari dolorose — l’esilio dalla Germania nazista, l’assassinio dei genitori, la perdita del fratello — in una fiducia ostinata nella bellezza. La sua collezione è nata anche da questa scelta: rispondere alla distruzione con il colore, all’assenza con la cura.
Sarebbe un buon esito se la disputa, qualunque sarà la sua conclusione, non facesse dimenticare quel gesto. E se ricordasse a tutti, eredi, musei e futuri mecenati, che un’opera d’arte può appartenere legalmente a qualcuno, ma culturalmente comincia a vivere davvero quando trova posto nella memoria di molti.
Nota editoriale
Questo articolo prende spunto dalle cronache svizzere sulla causa ereditaria aperta dopo la morte di Werner Merzbacher. I fatti essenziali — la modifica testamentaria, la contestazione degli eredi e l’incertezza sulle sue conseguenze — vanno considerati come materia giudiziaria ancora aperta, non come verità già accertate.
Per conoscere il lato pubblico della vicenda è utile partire dalla pagina del Kunsthaus Zürich dedicata alla collezione Merzbacher: documenta le 65 opere in prestito e la storia di una raccolta costruita attorno all’idea del colore. Per la controversia ereditaria, le ricostruzioni più dettagliate sono quelle di Blick e della stampa svizzera ripresa da ARTnews.
La domanda che resta non riguarda soltanto Zurigo: quando un collezionista apre al pubblico la propria casa di immagini, fino a che punto quelle immagini restano soltanto sue?
Fonte: www.canalecultura.it



