C’è una piccola trappola, gentile ma insistente, in ogni mostra “al femminile”. Sembra dire: guardate, adesso vi facciamo vedere anche le donne. È una formula nata per riparare un torto, ma porta con sé un rischio: trasformare l’artista in categoria prima ancora che in sguardo.
Eppure il paradosso è proprio questo: l’arte non ha genere, o almeno non ce l’ha nel modo in cui lo hanno le nostre istituzioni, le nostre biografie, le nostre abitudini. Il colore non è maschio o femmina. La composizione non lo è. La luce nemmeno. Quello che ha avuto un genere, per secoli, è stato l’accesso: chi poteva studiare, esporre, vendere, firmare, essere archiviato, essere ricordato.
In questa faglia si inserisce Femina ad artem, mostra internazionale di pittrici contemporanee che apre dal 21 febbraio nella cornice del Chiostro di Voltorre.