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Il FAI dei prossimi cinque anni: non soltanto salvare, ma insegnare a custodire

Il FAI dei prossimi cinque anni: non soltanto salvare, ma insegnare a custodire

Marco Magnifico è stato riconfermato alla presidenza del FAI per altri cinque anni. La notizia può sembrare un normale rinnovo di mandato. In realtà racconta qualcosa di più: la scelta di una continuità molto precisa, quasi controcorrente.

Il Fondo per l’Ambiente Italiano non intende trasformarsi in una macchina di inaugurazioni, né in un museo diffuso dove ogni bene debba assomigliare agli altri. Vuole restare, semmai, un custode di luoghi irripetibili. Case, giardini, chiese, paesaggi, memorie industriali: ciascuno con la sua polvere, le sue contraddizioni, perfino con gli errori lasciati da chi lo ha abitato.

È questo il filo che tiene insieme i progetti annunciati per il quinquennio 2026-2031.

A Milano arriveranno due nuove case-museo. Casa Crespi dovrebbe aprire nel 2027. L’anno successivo sarà la volta di Casa Grandi, dove il FAI intende allestire il suo primo museo: una raccolta di disegni e stampe, custodita nella casa stessa da cui proviene. Non un contenitore neutro, dunque, ma un museo che conservi il rapporto fra le opere, gli arredi e la vita di chi le ha raccolte. È una scelta importante: in un’epoca che tende a separare gli oggetti dalla loro storia, il FAI prova a ricomporre il contesto.

Alle Eolie, a Lipari, il progetto riguarda invece una piccola casa donata da Urania Albergo. Gli arredi raccontano un ambiente colto del primo Novecento. Ma il vero soggetto sarà l’isola: la sua fierezza, la sua apparente marginalità, il suo antico ruolo al centro del Mediterraneo. Prima dell’Età del Ferro, dall’arcipelago partiva l’ossidiana usata per fabbricare strumenti da taglio in molte regioni del mare interno. Una casa, in questo caso, può diventare la porta d’ingresso a una storia molto più grande.

Il cantiere più ambizioso è però a Ivrea. Il complesso di San Bernardino-Casa Olivetti, donato dagli eredi Olivetti e da TIM, unisce una chiesa quattrocentesca con gli affreschi di Martino Spanzotti, il convento, i campi da tennis e da bocce, il parco di Monte Navale. Il valore complessivo dell’intervento è stimato in circa dieci milioni di euro, con il sostegno del Ministero della Cultura, della Compagnia di San Paolo e della Regione Piemonte.

Qui la sfida non è soltanto restaurare. È raccontare Adriano Olivetti nel luogo dove la sua vicenda umana e industriale ha preso forma. Il FAI ha dichiarato di voler rispettare anche le tracce novecentesche dell’edificio, comprese quelle meno eleganti. Il pavimento in quarzite, posato quando Olivetti trasformò la chiesa sconsacrata in sala riunioni, non sarà cancellato per ottenere una scenografia medievale più gradevole. È un dettaglio, ma dice molto: il patrimonio non è una cartolina da ringiovanire; è un tempo stratificato da capire.

A Napoli è in studio il recupero di Villa Ebe, sul monte Echia. È il singolare “castellotto” costruito dall’architetto Lamont Young, figura eccentrica e visionaria della città tra Otto e Novecento. Dopo decenni di abbandono, occupazioni e un incendio, la villa potrebbe tornare a vivere. Sarebbe un recupero simbolico: non la Napoli più nota, ma una città laterale, fantastica e cosmopolita, vista dall’alto del suo golfo.

A San Vito d’Altivole, presso il Memoriale Brion di Carlo Scarpa, il FAI inaugurerà il 26 novembre un nuovo centro di accoglienza progettato con Michele De Lucchi. In questo caso non si restaura un edificio memorabile: si ridisegna una villetta priva di qualità per renderla degna di accompagnare l’ingresso a uno dei capolavori dell’architettura italiana del Novecento. Anche questa è tutela: sapere quando conservare e quando, con modestia, costruire bene.

C’è poi un progetto meno visibile ma forse decisivo: la FAI Academy. Magnifico parte da un dato semplice. Per restaurare, mantenere e far vivere beni tanto diversi non bastano competenze standardizzate. Servono artigiani, giardinieri, manutentori, addetti all’accoglienza capaci di leggere i materiali e la storia di un luogo. Mestieri che il mercato spesso non forma più. L’Academy dovrebbe trasformare questa necessità in una scuola stabile, capace di trasmettere un metodo: cura estrema dei dettagli, conoscenza, pazienza, ascolto del territorio.

Il punto, allora, non è quanti beni il FAI acquisirà nei prossimi anni. Uno è già stato annunciato ma resta per ora senza nome: un importante cimitero storico italiano. Altre acquisizioni sono allo studio. Ma la vera scommessa è un’altra: dimostrare che la conservazione non è nostalgia e non è immobilità.

I cambiamenti climatici stanno costringendo il FAI a intervenire anche nei giardini. Al Castello di Masino le rose hanno lasciato posto agli oleandri; a Villa Rezzola, i bossi devastati da un parassita sono stati sostituiti dall’ilex. Non è un tradimento dell’originale. È il tentativo di mantenerne il carattere senza fingere che il clima e il paesaggio siano rimasti quelli di trent’anni fa.

Nei prossimi cinque anni il FAI avrà dunque un compito più difficile che acquistare nuovi luoghi: mantenere credibile la propria promessa. Custodire senza imbalsamare. Aprire senza trasformare tutto in intrattenimento. Restituire bellezza senza cancellare le tracce del tempo.

È un programma meno appariscente di molte grandi campagne culturali. Ma forse proprio per questo più necessario.

Nota editoriale

La riconferma di Marco Magnifico è avvenuta il 24 giugno 2026, con mandato quinquennale, dopo i risultati del cinquantenario: 320 mila iscritti, oltre 18 mila volontari e 1,2 milioni di visitatori nei 75 beni della Fondazione. I progetti qui descritti derivano dalle dichiarazioni del presidente e dalle informazioni istituzionali sul complesso di San Bernardino-Casa Olivetti. Sul nuovo cimitero destinato al FAI non sono ancora stati diffusi nome e dettagli: è corretto, per ora, considerarlo un annuncio e non un progetto definito.

Fonte: www.canalecultura.it