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Constantin Brâncuși, lo scultore dell’infinito. La grande mostra a Timisoara

Constantin Brâncuși, lo scultore dell’infinito. La grande mostra a Timisoara

Nell’anno della Capitale Europea della Cultura, Timișoara dedica una grande retrospettiva a uno dei più importanti artisti romeni ed europei del Novecento. Fino al 28 gennaio 2024 il Muzeul Național De Artă ospita cento pezzi fra sculture, disegni, bozzetti e documenti, con prestiti dal Centre Pompidou, dalla Tate di Londra e dalla Guggenheim Foundation di New York.

Brâncuși a Parigi

Dopo gli studi alla Scuola d’arte di Craiova e all’Accademia di Belle Arti di Bucarest, che frequentò dopo diversi mestieri saltuari e grazie a una serie di borse di studio, nel 1904 si spostò a Parigi, all’epoca il punto di riferimento delle avanguardie, dove giunse dopo un lungo viaggio in gran parte a piedi attraverso l’Ungheria, l’Austria e la Germania. Sulle prime s’interesso al lavoro di Auguste Rodin e visse una breve stagione legata al figurativo. La mostra prende infatti le mosse da qui, con sculture come Orgoglio (1906) o Tormento (1907), che rivelano una mano assai raffinata. Ma Brâncuși, persona non banale e aperta all’oltre, optò ben presto per un’altra direzione: il metodo della molatura diretta, che gli permise di esprimere al meglio il suo interesse per i materiali grezzi quali bronzo, marmo, legno e gesso, che lavorava con pazienza alla costante ricerca dell’infinito e della forma perfetta, quella nella la sintesi formale ha raggiunto il suo più alto grado e non rimane più niente da togliere. La prima fase di questa nuova stagione, sotto l’influenza di Modigliani e Derain la cui lezione apprese a Parigi, è caratterizzata dall’interesse per il Primitivismo: la Danaïde del 1909, oppure Il bacio (1909) o ancora La saggezza della Terra (1908), ben riassumono questo nuovo ideale artistico: il tratto si fa più semplice, ma l’opera acquista verità, quella filosofica che va oltre l’apparenza e racchiude l’essenza degli esseri viventi, in maniera diretta o simbolica che sia.
Su questi presupposti, alla ricerca della purezza formale e concettuale, Brâncuși guardò all’astrattismo, anche se a detta dello stesso scultore “quelli che definiscono astratto il mio lavoro sono degli imbecilli. Ciò che chiamano astratto è in realtà la cosa più realistica, perché ciò che è reale non è l’esterno ma l’idea, l’essenza delle cose”. Parole dalle quali emerge l’approccio “asiatico” dello scultore, più attento all’essenza che alla fisicità; e invero i concetti e le emozioni che trasferisce alla materia sono indubbiamente concreti, quiete fiaccole di civiltà che illuminano un cammino senza soluzione di continuità.

L’interesse per l’astrattismo (qualunque valore Brâncuși desse alla parola) procedeva in parallelo con l’interesse per la cultura dell’Asia Orientale, in particolare il misticismo indiano e il confucianesimo cinese. Due dottrine che l’artista studiò a lungo, oltre a soggiornare due volte in India, fra il 1933 e il 1937, dove progettò anche un tempio dalla simbolica forma di uovo, purtroppo mai realizzato. Inoltre, studiò a lungo l’insegnamento del mago, poeta, eremita e monaco buddista tibetano Milarepa (1051 – 1135) e forse non è un caso che fra i mille mestieri svolti prima di riuscire a fare dell’arte una carriera, ci sia anche quello di indovino: un modo, avrebbe detto Tiziano Terzani, per provare a scavare verso il fondo delle anime umane. Probabilmente è così che lo intendeva anche Brâncuși, perché da artista indagò la verità dei soggetti scolpiti, fossero esseri umani o animali. E sullo sfondo, l’anelito della vastità dell’orizzonte, dell’infinito spaziale e temporale: le sue opere, infatti, riecheggiano differenti culture e modi di pensare, dall’Europa all’Asia, con i medesimi simboli che assumono significati diversi. Qui sta la grandezza senza tempo di Brâncuși: le sue sculture accolgono idealmente chiunque, perché chiunque può trovarvi tracce del proprio vissuto, materiale e spirituale. Opere che sono autentici doni all’umanità, capitoli di una storia trasversale nel nome della pace e del dialogo.

I monumenti di Târgu Jiu

La mostra documenta anche i grandi monumenti pubblici che sorgono ancora oggi a Târgu Jiu, in Oltenia: fotografie d’epoca e bozzetti permettono di apprezzare la bellezza della Colonna Infinita, il monumento eretto in memoria dei soldati romeni che persero la vita nella Grande Guerra. I blocchi della colonna sono ispirati a quelli analoghi dei porticati in legno delle case rurali dell’Oltenia, mentre la linea svettante simboleggia l’ascesa verso il cielo delle anime dei Caduti. A Timișoara è inoltre possibile apprezzare, anche se indirettamente, la grandiosità della monumentale Porta del bacio, che sorge lungo la Calea Eroilor (il Viale degli Eroi); il motivo del bacio era stato scolpito da Brâncuși in diverse occasioni precedenti, e comparando le differenti versioni si può facilmente notare l’evoluzione verso uno stile sempre più minimalista, tanto che di questo poetico atto umano resta appunto l’essenza, ma proprio per questo il concetto arriva a toccare con forza chi sosta ad ammirare la grande arcata e ne assorbe l’energia che, come da una porta magica, la tradizione vuole vi sgorghi. L’ultima grande opera che da Târgu Jiu è idealmente presente a Timișoara è la Tavola del silenzio, grande scultura installativa metafora dell’incontro, della condivisione, del dialogo, dell’ascolto, della preghiera, che ha nei numeri richiami simbolici alle grandi religioni del mondo. A Târgu Jiu, questi tre monumenti sorgono lungo il medesimo asse urbanistico, e insieme compongono una sorta di dolceamara riflessione sulla vita, che è sorprendentemente simile, nella sua sostanza, in tutti gli angoli della terra, con le sue gioie e le sue tragedie. Ancora, da Brâncuși arriva un invito alla conoscenza reciproca, al rispetto e alla fratellanza.

Fonte: articolo di Niccolò Lucarelli -Artribune