Terzo settore. Tanti soldi per il sociale? Tre sfide per non perdere un’occasione

Illimity: La banca digitale specializzata nel credito alle pm
11/03/2019
RETE 5G: la partita che ci riguarda tutti
27/03/2019

Terzo settore. Tanti soldi per il sociale? Tre sfide per non perdere un’occasione

Nell’era della valutazione d’impatto l’eccesso di capitali rispetto alla reale domanda in campo può sembrare un paradosso. Come vincere la partita senza perdere la propria identità

Dopo la stagione della “qualità” e dell’innovazione, quasi come il traguardo di un percorso, per il Terzo settore sembra sia arrivato il momento dell’”impatto”. Da un paio di anni il tema è al centro di un intenso dibattito e confronto che coinvolge non solo gli addetti ai lavori del non profit e dell’impresa sociale ma anche altri interlocutori, ad iniziare dai finanziatori di queste organizzazioni: pubblica amministrazione, cittadini, enti filantropici, banche e fondi d’investimento. È una questione che, in senso stretto, tocca un tema sensibile: quello della misurazione del valore sociale prodotto da associazioni, fondazioni e imprese sociali che oggi operano all’interno di un perimetro normativo delimitato dalla recente riforma del Terzo settore. Ma, in senso più ampio, l’impatto qualifica una socialità dagli intenti non meramente rendicontativi ma trasformativi e quindi incide profondamente sui modelli gestionali e sulle più profonde culture organizzative. È un tema entrato di schianto tanto nell’ambito sociale quanto in quello economico.

L’impatto intenzionalmente perseguito rappresenta, infatti, il vettore utile a superare la classica visione legata alla responsabilità sociale delle imprese, aprendo a una nuova classificazione di soggetti imprenditoriali impact oriented. Minoranze attive come le 166 società Benefit che in Italia in poco meno di due anni stanno contaminando tanto il profit quanto il non profit o come le 173 Startup Innovative a Vocazione Sociale che attraverso un uso massiccio della tecnologia orientano la propria attività per rispondere alle sfide legate ai nuovi bisogni sociali. Esperienze paradigmatiche, segno di una trasformazione in corso e che pescano in un bacino più ampio costituito da soggetti che ridefiniscono il loro modello di business cercando di “fare la differenza” nell’affrontare le sfide sociali e ambientali.

E’ in particolare nella sfera delle risorse finanziarie che l’impatto sociale sta conoscendo la una repentina affermazione dando vita a nuove categorie e classi d’investimento per un settore sempre meno Terzo (cioè residuale) e sempre più ibrido, considerando anche quel che avviene nell’economia mainstream. Un settore che sta vivendo un momento di passaggio legato alla raggiunta maturità delle sue principali espressioni organizzative come l’impresa sociale e l’associazionismo “di base” che nascono su modelli culturali, luoghi e motivazioni sociali diverse rispetto al passato. Ma è anche un passaggio formale dovuto alla riforma di legge che obbligherà molte organizzazioni non profit (e forse anche qualche impresa for profit) a decidere se e come posizionarsi nel campo tracciato dal nuovo Codice decidendo se assumere la qualifica di Ente di Terzo Settore (Ets) ed eventualmente anche di impresa sociale. Una decisione che non può fondarsi sull’esistente, come mero adempimento burocratico, ma sul futuro, come strategia orientata, appunto, a incrementare il proprio impatto su una società profondamente mutata in questi ultimi due decenni.

Compito della misurazione d’impatto (da intendersi come “mezzo” e non come “fine” del Terzo settore) è quello di accompagnare questa fase di transizione, senza distorcere la natura delle organizzazioni ma aiutandole “a scalare il valore che perseguono”, focalizzando le sfide e gli obiettivi ex ante e non solo rincorrendo risultati da rendicontare ex post. Perché ciò accada occorre risolvere quello che per molti appare come un paradosso: l’eccesso di risorse e capitali a finalità sociale, rispetto alla reale domanda in campo.

I dati presentati nel primo social impact outlook del centro di ricerca Tiresia parlano chiaro: a fronte di 300 milioni di euro in tre anni pronti a sostenere imprese a impatto sociale, l’insieme delle 627 società coinvolte nell’indagine e individuate lungo l’asse profit-non profit possiede un valore stimato di immobilizzazioni pari a circa 207 milioni. Questa sovrabbondanza di offerta di capitale segnala limiti di capacità di assorbimento nel breve termine che, da una parte, vengono interpretati come un indicatore della distanza, se non di vera e propria idiosincrasia, rispetto a una finanza additata come colonizzatrice del campo sociale. D’altro canto esiste una interpretazione più pragmatica che individua una più ampia platea di imprese sociali da supportare attraverso azioni di capacity building per raggiungere, in tempi rapidi, la domanda d’investimento necessaria a far propria un’offerta di capitali. Offerta che, ad oggi e in prospettiva, si rende disponibile per aumentare la capacità di investimento di queste imprese che non può alimentarsi solo con risorse autogenerate.

Rispetto a questa sfida, sostanzialmente legata ad avviare un nuovo ciclo di crescita, si segnalano tre passaggi cruciali.

Il primo è quello di evitare la creazione di una offerta standard: gli strumenti finanziari orientati all’impatto devono essere “personalizzati” in funzione della biodiversità degli enti di Terzo settore.

Il secondo elemento è legato alla necessità di coprodurre gli indicatori con il Terzo settore, evitando di spiazzare le loro motivazioni intrinseche, con metriche di origine esogena e sostanzialmente imposte secondo modelli di autorità piuttosto che di condivisione. In tal senso le linee guida ministeriali sull’impatto sociale rappresentano un buon esercizio per evitare lo schiacciamento su indicatori rigidi ed esterni.

Il Terzo elemento di attenzione riguarda la spinta alla crescita della domanda potenziale di risorse a impatto sociale, evitando in questo caso il rischio di generare un effetto distorsivo secondo cui l’offerta finanziaria genera la “sua” domanda (qui il rischio è quello di creare una struttura di incentivi capaci di minare l’identità dei beneficiari). Un effetto, quest’ultimo, ben visibile in molti casi guardando al rapporto di mera subfornitura tra soggetti di Terzo settore e Pubblica Amministrazione.

Tenere conto di queste tre sfide è fondamentale per vincere la partita dell’impatto sociale e della valutazione, un passo decisivo per un Terzo settore chiamato a proporsi non più come soggetto riparatore di fallimenti di Stato e mercato, ma come paradigma di un nuovo modello di sviluppo. Una prospettiva che si costruisce sul principio di sussidiarietà circolare e su un mix di risorse diverse dal passato, capaci di premiare nuovi ecosistemi di organizzazioni orientate all’innovazione e all’investimento sociale.

Paolo Venturi è direttore di Aiccon (Associazione per la promozione della cultura della cooperazione e del non profit), Flaviano Zandonai segretario generale di Iris Network (Istituto di ricerca sull’impresa sociale)

Fonte: Avvenire